Stanze vuote
pace, caos e cosa c'è in mezzo
ao!
Venerdì sera a Roma c’è stato il concerto dei This Eternal Decay.
Fanno belle canzoni, ci suona un mio amico, e quindi venerdì ho preso e sono andato al Traffic per vederli.
Quanto sono forti. Quanto sono belli i loro testi, la loro musica gli amaretto sour del Traffic. Non ci andavo da una quindicina di anni credo, mi sembra per un live dei Brokenspeakers.
Insomma, stavo dicendo: ero contento venerdì.
Alla fine del concerto però, sono andato a salutare il mio amico. E mi ha detto una cosa.
Il pezzo di questa settimana è su quella cosa.
Buona lettura e fammi sapere: ci vediamo settimana prossima!
Andrea è la persona più pacata che conosco.
La sua voce, il gesto che fa quando si sistema i capelli lunghi dietro l’orecchio, ogni suo modo di essere è leggero. Mi manda su whatsapp link di film di Ettore Scola, De Sica, film romantici e malinconici come lui.
Andrea è il batterista di un gruppo Dark Wave.
Le loro canzoni parlano di fantasmi, relazioni tossiche, morte. La loro musica urla e travolge e ai concerti le persone tengono il ritmo con la tensione di chi deve scappare da qualcosa. Gridano più forte della musica, si spingono, si consumano dentro quel rumore pieno di rabbia.
Ma quando il concerto finisce e tutti escono, Andrea scende dal palco senza che quella rabbia l’abbia mai toccato
Ha ancora addosso il sudore, il ronzio degli amplificatori, le mani rosse per aver stretto le bacchette così a lungo e aver colpito i tamburi così forte, come se dentro avessero qualcosa da rompere o da liberare.
Si sistema i capelli dietro le orecchie, con quel gesto, mi saluta e mi consiglia altri film.
È come se la violenza della musica passasse soltanto attraverso le sue mani.
Come se il caos gli attraversasse il corpo senza riuscire a restargli addosso davvero.
«Ma rimani calmo anche quando sei là sopra a suonare?»
«Soprattutto là sopra. Io è là che sono in pace. »
Ci penso da due giorni alle parole di Andrea.
Io non ci riesco a vivere come lui, vorrei. Non ci riescono nemmeno le persone a cui voglio bene, vorrebbero.
Abitiamo la pace come se fosse una stanza sbagliata.
Entriamo con cautela, ci mettiamo a osservare le pareti, tocchiamo gli oggetti in giro senza fidarci davvero.
A quelli come noi quando tutto tace viene il sospetto che stia per succedere qualcosa.
Ci irrigidiamo davanti alla felicità come certi animali randagi davanti a una mano gentile: non perché non la cerchino, ma perché non la sanno riconoscere più.
Il caos invece lo sappiamo com’è fatto.
Nel caos ci tranquillizziamo, troviamo i nostri gesti spontanei, le difese, perfino una forma di lucidità.
In quello con Andrea ci assomigliano. Solo in quello però, mortacci sua.
C’è chi sa amare solo negli addii, chi respira bene soltanto quando corre, chi diventa improvvisamente calmo mentre tutto crolla. Perché il disastro ha almeno il pregio di essere sincero.
Me li immagino così i marinai, dopo giorni di nuvole, quando arriva la tempesta: terrorizzati, sì, ma finalmente concentrati su un pericolo concreto.
La pace richiede vulnerabilità potenziale. Il caos, invece, soltanto resistenza. E quello, ti dici senza dirtelo, lo sai fare. Resistere. L’hai sempre fatto, ce la farai ancora.
Ma non è vero.
Credo sia per questo che tante persone si sentono fuori posto nei giorni tranquilli: la serenità non dà istruzioni. Non ti costringe a reagire. Fa emergere i vuoti, le domande, le parti di noi che il rumore copriva.
Nel caos diventiamo essenziali. Nella pace siamo obbligati a scegliere di essere.
È come la domenica, come la mattina di Natale.
Come entrare in una stanza vuota.
Le pareti si restringono, bianche, la calma non fa rumore. All’improvviso non sai dove mettere le mani se non nei tuoi pensieri.
Odiamo le stanze vuote perché è lì che rischiamo di incontrare noi stessi.
Perché è lì che resti solo con te.
La persona con cui parli meno tra tutte quelle là fuori.
E se avesse cattive intenzioni? E se ne avesse di belle spaventose?
Ci sentiamo fuori posto proprio lì dove da sempre vogliamo arrivare. Marinai cresciuti in mare che una volta a terra continuano a oscillare.
Il dolore ci ha insegnato movimenti precisi, la serenità va imparata da zero, come una lingua nuova e indecifrabile.
Per questo c’è chi in quelle stanze vuote prova nostalgia del temporale.
Ma c’è anche Andrea.
Che attraversa la tempesta senza farsi portare via, che passa nelle stanze vuote senza riempirle di paura.
E resta calmo.
Perché per lui né il rumore né il silenzio sono minacce, ma parti di sé in cerca di ascolto.

Eh quanto è brutta l'abitudine ai momenti brutti. Li conosci. Sai cosa succede. E in un certo qual modo, malato, ti senti al sicuro perchè conosci la bestia. Tutt'altro discorso quando ci si ritrova nella calma. E chi la conosce? E come faccio a fidarmi? E se poi per attraversarla mi devo reinventare? E chi le ha più le energie. È così si naviga a vista finchè il passato si dissolve e la serenità e la calma non diventino abituali.
Ho fatto l'errore di leggere questo pezzo in autobus invece che a casa e ho dovuto trattenere le lacrime con difficoltà! Grazie delle tue riflessioni, mi fanno sentire meno sola, sempre.