Serenità imposta
la tua pace mentale è un prodotto che ti manca
ao!
Sono in Toscana, tra Grosseto e Livorno, e questo significa mare e cacciucco.
Significa pure un ambiente a cui non sono abituato: i villaggi turistici.
E i suoi abitanti.
Ho fotografato belle conchiglie e scritto il racconto di questa settimana.
Questa volta però, è più pagina di diario che racconto: ultimamente mi succede spesso.
Buona lettura, fammi sapere e stai bene!
La Costa degli Etruschi va da Livorno e Piombino e non le importa molto.
Il paesaggio resta ruvido e largo, quasi distratto. Il vento piega i pini marittimi sopra chilometri di spiaggia chiara e macchie sparse di ombrelloni.
Se ti metti a guardare in giro, noti i lettini degli stabilimenti. E sui lettini, nelle ore più immobili della mattina, compaiono figure strane.
Hanno forme grottesche che il vento schiaccia e deforma allo stesso modo dei pini. Non fanno rumore, o ne fanno molto, e alcune sono immobili, altre sollevano una mano per salutare.
Guardando ancora meglio, ti accorgi chi sono. Imprenditori arrossati dal caldo che dormono con le AirPods nelle orecchie, in camicia e occhiali da sole, in attesa della prossima call. Uomini che ordinano il terzo spritz alle undici di mattina e parlano di riunioni, licenziamenti, bonus, clienti. Gente che soffia via la sabbia dal portatile.
Sembrano naufraghi vestiti bene: sono gli abitanti dei resort.
I resort.
I resort sono disseminati lungo tutta la costa, nascosti in agguato tra i pini, aggrappati alle loro villette in abete nordico con router gigabit sempre accesi e piscine troppo calme, quasi immobili. Luoghi fuori dal tempo ma solo a parole, popolati da impiegati esausti, creativi svuotati, manager con le occhiaie. Persone che vivono davanti a schermi grandi o piccoli, accesi dieci ore al giorno, e che arrivano qui con la faccia di chi è sopravvissuto a qualcosa.
Camminano scalzi sui vialetti di pietra, con in mano grossi bicchieri in plastica colmi di negroni o matcha. Aprono i lettini attenti a non rigare gli Omega che brillano al sole. Lavorano a tratti e si addormentano a tratti, sotto gli ombrelloni, come bambini troppo stanchi. E se guardano il mare, lo fanno con una concentrazione religiosa.
Perché da quella onde cercano anestesia.
Se arrivano le nuvole, la costa diventa grigia, uniforme. Gli uomini allora si alzano dai lettini, muovendosi con la malinconia nervosa di chi ha confuso lo smart working in riva al mare con il riposo. Si affrettano, frenetici, sorpresi dalla pioggia come formiche, e fuggono dentro i loro villaggi nascosti tra i pini. Sbattono le porte dei bungalow, chiedendo ad Alexa quando smetterà di piovere.
Sui fondi di prosecco lasciati nella sabbia galleggia una domanda:
Quanto rumore abbiamo dovuto attraversare durante l’anno per avere bisogno di un silenzio così costoso?
L’ossessione contemporanea per la serenità nasce dal fatto che ci hanno abituati a desiderarla come unico stato accettabile.
Per questo il mare oggi non viene raccontato come avventura, ma come disconnessione.
Le persone non dicono più “voglio divertirmi”, dicono “ho bisogno di staccare”.
E allora paghiamo resort sulla soglia di riserve naturali, corsi di yoga, cabine sulla spiaggia, telefoni in modalità aereo, cene tradizionali con nonnine, rituali di skincare, meditazioni guidate. Compriamo qualunque cosa prometta “serenità”.
Perché se non sei sereno, conta più sbrigarsi a diventarlo che capire perché non lo sei.
Ma facendo così troviamo tregua, mai felicità.
Stanchezza che per qualche ora trova una forma un po’ più accettabile.
Mentre il vento si porta via le nuvole continuo a pensare agli affari miei fotografando le conchiglie sulla spiaggia. Alcune sono scheggiate tanto da pungere le dita se le sollevo.
I resort sono ancora lì, nascosti tra le fronde verdi, e lentamente i loro abitanti spuntano dalla macchia, tornano a occupare i loro lettini. Cambiano le ore, non il gesto: il portatile che si riapre e si richiude, lo spritz delle undici che diventa quello delle due, e di nuovo quello sguardo religioso verso il mare.
E il mare, intanto, resta lì. Sempre disponibile.
Gli chiediamo calma come fosse una prestazione e finiamo per leggere tutto ciò che ci circonda solo in funzione della pace di cui abbiamo bisogno.
Ma io non voglio vivere di guide per la morning routine e il journaling. Tutto funziona, tutto aiuta, ma qualcosa sotto è irrancidito: il benessere è diventato risultato da dimostrare.
Il vento mi porta il picchiettare delle dita sulle tastiere. La luce dei display si riflette nell’umidità dell’aria fresca di pioggia e attraverso la leggera foschia, al di là del mare, l’isola del Giglio appare e scompare.
I pini.
I pini marittimi continuano a piegarsi, storti da sempre, esposti da sempre.
Non chiamano il vento “percorso di crescita”.

La cosa più crudele di questo pezzo è che la serenità smette di essere una possibilità e diventa una postura sociale e un modo garbato per dire che anche il dolore, ormai, deve sapersi comportare.
Devi guarire bene, riposare bene, soffrire con metodo, staccare con eleganza e tornare centrato prima che qualcuno si accorga che dentro hai ancora una mano che ti stringe il petto.
Non viviamo in un’epoca che nega l’inquietudine (sarebbe quasi più onesto) ma l’accoglie, la impacchetta, la illumina bene, la trasforma in pratica, percorso, contenuto, weekend lungo, spa emotiva, frase pronunciabile da uno con il lino bianco e il trauma ordinato per capitoli.
E invece certe malinconie hanno il pessimo gusto di restare informi. Non insegnano niente. Non diventano una versione più presentabile di noi.
Quindi grazie ❤️
Purtroppo sembra quasi che in questa società mangiata dal capitalismo, il benessere sia l'ennesima cosa da poter comprare - come se andare in spiaggia, fare corsi di yoga o meditazione fossero il mezzo per trovare la serenità. Sarebbe bello se la serenità fosse un integratore in vendita! Mi chiamo Serena e il titolo "Serenità imposta" mi fa pensare a quante volte mi sono sentita in dovere di rispecchiare il mio nome. "Serena non è tanto serena" - mi dicevano gli amici, e mia mamma ha iniziato a chiamarmi "Tempesta" perché serena non ci sono mai stata... Allora per mettere la ciliegina sulla torta, l'universo ha deciso di deridermi ancor di più dandomi una malattia psicosomatica da stress! Questo mi ha insegnato che la serenità nasce da dentro e che non c'è nulla di più importante di ascoltare la propria mente e il proprio corpo, di riposarsi... Ma che colpa ne abbiamo noi se viviamo in un mondo dove il riposo è un altro impegno sulla tabella di marcia?