Quello della "morte dei cinesi" è stato un discorso strano che mi incuriosì dodici anni fa, quando mi fu data l'occasione di lavorare coi cinesi. Ad un certo punto, dopo 5 mesi (da marzo ad agosto, senza contare i precedenti da novembre a gennaio), io mi trovai nella comunità cinese della mia città come Cate. Ero l'insegnante di italiano ma anche la mediatrice linguistica e culturale. Ero giovanissima e inesperta ma curiosa e volenterosa oltre ogni dire. Dopo le lezioni, dalle 9 alle 13 a scuola, facevo fare loro passeggiate in città, mostrano palazzi antichi, ville e giardini pubblici. E poi entravamo in qualche bar, o ristorantino o burgheria... Con loro si parlava di tutto ma sempre con molta semplicità. Due cose erano argomenti difficili: la mafia e la morte. Minko Pei era il più spaventato di tutti. Meng-Meng (pronuncia MonMon) invece come tutte le ragazze era la più curiosa. A vent'anni, quattro anni prima, ero stata casualmente scelta per aiutare un ragazzo africano, del Senegal, Alassàn, a imparare l'italiano per difendersi dalla mafia. E lui mi disse una frase che mi rimase impressa:"Mi basta [sapere] qualcosa per non morire" "Qualcosa" tra parentesi perché di fatto non lo disse. E io stavo cercando di fare li stesso con la mia classe di cinesi. Così chiesi a Minko e a Meng-Meng:"Venite in Sicilia e avete tanta paura della mafia. Ma perché venire, allora? Per morire in Italia?" E lì si aprì il discorso lungo sulla morte dei cinesi. "NOI NON PRENDIAMO SOTTO GAMBA LA MORTE! PER NOI È UNA COSA IMPORTANTE UN MEMBRO DELLA NOSTRA SOCIETÀ CHE SE NE VA VIA PRR SEMPRE!" Aveva inteso puntualizzare. E dopo aver preparato loro spaghetti prosciutto e pisellini surgelati, davanti a un tè alla calendula mi hanno descritto il rito del funerale, d8 come varia a seconda della personalità del defunto e di come si esprima partecipazione im base all'importanza (anche economica) del de cuius. Leggendo questi passaggi è stato come tornare al luglio 2014. E tutto il mio entusiasmo di allora è tornato più prepotente che mai, a darmi la gioia di partire per con la mente e col cuore, e un domani chissà, forse pure di fatto. ❤️
Questa cosa della diretta mi disturba anche se da un lato per posti dalle grandi distanzi immagino sia l’unico modo di esserci in qualche modo. Mi disturba dicevo perché ultimamente rapporto molto a me quello che accade ad altri e penso: ma manco la fatica di veni’ al mio funerale! E mi sento sola anche se so che non potrò “sentire” quando sarà.
Quello della "morte dei cinesi" è stato un discorso strano che mi incuriosì dodici anni fa, quando mi fu data l'occasione di lavorare coi cinesi. Ad un certo punto, dopo 5 mesi (da marzo ad agosto, senza contare i precedenti da novembre a gennaio), io mi trovai nella comunità cinese della mia città come Cate. Ero l'insegnante di italiano ma anche la mediatrice linguistica e culturale. Ero giovanissima e inesperta ma curiosa e volenterosa oltre ogni dire. Dopo le lezioni, dalle 9 alle 13 a scuola, facevo fare loro passeggiate in città, mostrano palazzi antichi, ville e giardini pubblici. E poi entravamo in qualche bar, o ristorantino o burgheria... Con loro si parlava di tutto ma sempre con molta semplicità. Due cose erano argomenti difficili: la mafia e la morte. Minko Pei era il più spaventato di tutti. Meng-Meng (pronuncia MonMon) invece come tutte le ragazze era la più curiosa. A vent'anni, quattro anni prima, ero stata casualmente scelta per aiutare un ragazzo africano, del Senegal, Alassàn, a imparare l'italiano per difendersi dalla mafia. E lui mi disse una frase che mi rimase impressa:"Mi basta [sapere] qualcosa per non morire" "Qualcosa" tra parentesi perché di fatto non lo disse. E io stavo cercando di fare li stesso con la mia classe di cinesi. Così chiesi a Minko e a Meng-Meng:"Venite in Sicilia e avete tanta paura della mafia. Ma perché venire, allora? Per morire in Italia?" E lì si aprì il discorso lungo sulla morte dei cinesi. "NOI NON PRENDIAMO SOTTO GAMBA LA MORTE! PER NOI È UNA COSA IMPORTANTE UN MEMBRO DELLA NOSTRA SOCIETÀ CHE SE NE VA VIA PRR SEMPRE!" Aveva inteso puntualizzare. E dopo aver preparato loro spaghetti prosciutto e pisellini surgelati, davanti a un tè alla calendula mi hanno descritto il rito del funerale, d8 come varia a seconda della personalità del defunto e di come si esprima partecipazione im base all'importanza (anche economica) del de cuius. Leggendo questi passaggi è stato come tornare al luglio 2014. E tutto il mio entusiasmo di allora è tornato più prepotente che mai, a darmi la gioia di partire per con la mente e col cuore, e un domani chissà, forse pure di fatto. ❤️
Che immagine distopica, disturbante ma dolorosamente reale che hai dipinto… Grazie sempre 🩵
Buona domenica Ko ❤️
Che immagine assurda e potente...
Bello come sempre leggerti i tuoi articoli 😊
Splendidamente terribile. Grazie.
Questa cosa della diretta mi disturba anche se da un lato per posti dalle grandi distanzi immagino sia l’unico modo di esserci in qualche modo. Mi disturba dicevo perché ultimamente rapporto molto a me quello che accade ad altri e penso: ma manco la fatica di veni’ al mio funerale! E mi sento sola anche se so che non potrò “sentire” quando sarà.
Ciao Lore buon viaggio un abbraccione e un bacione 🥰😘🤩❤️❤️❤️❤️ tvttttttttttttttb 6 un grande