Lutto in buffering
la prima e ultima live Douyin di nonno
ao!
Sono in viaggio con SiVola: tre mesi fa avevo organizzato un viaggio parlandone su Instagram e quattordici pazzi hanno detto di sì.
Ho messo OGNI tappa. Giriamo più città che letti in cui dormiamo. Attraverseremo valli in bus, fiumi in barca e città in bicicletta: tutto in ogni modo.
È un viaggio zaino in spalla quindi non sarà comodo, ma a me scomodo piace: siamo appena arrivati a Pechino e non poteva essere più affascinante.
Stiamo scoprendo di tutto e sta succedendo di tutto, compresa la cosa che ti sto per raccontare.
Statemi tutti bene e buona lettura!
Sono a Pechino e il funerale è già cominciato.
Quando sbuco nel vicolo mi accorgo che non c’è una soglia chiara tra strada e cerimonia. Solo un cambiamento di densità. Gli invitati sono ovunque: in bilico sul marciapiede, appesi alle biciclette, immobili tra le porte automatiche del 7-Eleven.
Solo questo: fuori dal portone la città continua a passare. Dentro, invece, il morto.
La bara è al centro del cortile della casa, leggermente rialzata, circondata da fiori che non hanno tutti la stessa freschezza. Davanti al piccolo altare brucia una grossa candela a cui tutti sembrano fare molta attenzione. Accanto alla candela, c’è la fotografia del morto: vestito scuro, volto composto, uno di quei ritratti che sembrano fatti apposta per essere usati un giorno.
Quel giorno.
Le persone entrano e escono dal cortile con un ordine che non è rigidamente imposto ma nemmeno troppo caotico. Si fermano davanti alla bara, restano immobili un momento, si spostano.
Alcuni di loro, solo alcuni di loro, prima di andare via, accennano un saluto verso il treppiede.
Il treppiede.
Il treppiede è alla destra della bara. Sopra, montato, c’è un cellulare Oppo acceso.
L’inquadratura non riesce a contenere la scena: prende uno spigolo della bara, qualche fiore, e si ferma poco sopra il collo degli invitati più alti.
Sul display scorrono commenti e piccoli cuori che non interrompono la cerimonia. Like, rose rosse, parole di condoglianze. Ogni tanto una donazione con una frase più lunga delle altre appare e scompare senza lasciare traccia nel bianco dei fiori.
Nessuno sembra coordinare questa doppia presenza.
Vedo una donna sistemare i drappi rossi che rivestono ogni muro del cortile, salutare gli invitati, spostare gli invitati. Quando passa vicino al treppiede si ferma un istante a controllare il telefono e si allontana senza toccare nulla.
Forse è lei.
Io resto vicino all’ingresso, abbastanza dentro da vedere tutto, abbastanza fuori da non occupare un ruolo. Mi si avvicina un invitato curioso, o sono io che mi sono avvicinato a lui, perché la sua curiosità è opposta alla mia ma sulla stessa bisettrice.
Ci chiediamo a vicenda.
Gli passo il cellulare e lui digita il nome dell’account. Apro la live e il funerale che ho davanti mi compare sullo schermo, identico, in tempo reale.
Mi racconta che è tutto nato durante il Covid.
Che allora non si poteva entrare nelle case, che i funerali si facevano a metà, che qualcuno restava fuori e qualcuno dentro, e che a un certo punto qualcuno ha iniziato a filmare tutto per qualcun’altro che non poteva esserci.
Prima per distanza.
Poi per procedura.
Adesso per servizio.
Mi racconta che ci sono app a tema, che le agenzie funebri offrono pacchetti, che puoi scegliere la musica, la durata della diretta, e può durare giorni, con pause programmate, che anche il lutto ha bisogno di orari e anche il dolore ha bisogno di intervalli.
E alcuni parenti guardano da altre città, altri da altri paesi, altri dal lavoro.
Mi dice anche dei codici QR, sulle tombe.
Li inquadri con il telefono e si apre una pagina: foto, video, messaggi dei figli.
Un profilo che continua ad aggiornarsi anche senza corpo.
Quando smetto di guardare lo schermo e alzo lo sguardo, il funerale è rimasto lo stesso. Giusto qualche secondo in anticipo.
La candela continua a bruciare con la stessa misura, i fiori restano appoggiati nel loro mucchio disordinato attorno alla bara. Ogni tanto qualcuno prova a sistemarli senza che diventino mai davvero ordinati.
Gli invitati continuano a entrare e uscire. Qualcuno si ferma più a lungo al centro dell’inquadratura, altri passano quasi di lato.
Il telefono sul treppiede continua a guardare tutto, senza scegliere.
Deve esserci qualche problema di rete però, perché quando un uomo nel cortile abbassa lo sguardo per salutare il morto, sullo schermo lo stesso gesto si interrompe per un istante, come se l’uomo stesse esitando in quell’ultima carezza.
Poi il ritmo si spezza: nella diretta l’uomo, che nel cortile è immobile, sembra accelerare all’improvviso. Il gesto della carezza si ripete in modo innaturale, troppo veloce, fuori controllo, come stesse schiaffeggiando la salma.
Per un attimo le due versioni davanti a me non coincidono più. Una è lenta, immobile nel cortile. L’altra la rincorre da cavi di fibra che attraversano l’oceano, senza riuscire a raggiungerla.
Dopo qualche secondo, si riallineano. Il gesto torna identico in entrambe le immagini, nello stesso tempo, come se non fosse mai stato doppio.
Chissà se anche io sono nell’inquadratura, mi chiedo.
E appena me lo chiedo, sprofondo.
Il mio intero corpo diventa vertigine ed è un momento solo, ma per quel momento solo non so da quale parte stia succedendo davvero la mia vita.
Mi metto d’istinto le mani in tasca e cerco qualche moneta per una birra al 7-Eleven.
Male che va ho Alipay.
Nel vicolo fuori dal portone, la città continua a passare.

Quello della "morte dei cinesi" è stato un discorso strano che mi incuriosì dodici anni fa, quando mi fu data l'occasione di lavorare coi cinesi. Ad un certo punto, dopo 5 mesi (da marzo ad agosto, senza contare i precedenti da novembre a gennaio), io mi trovai nella comunità cinese della mia città come Cate. Ero l'insegnante di italiano ma anche la mediatrice linguistica e culturale. Ero giovanissima e inesperta ma curiosa e volenterosa oltre ogni dire. Dopo le lezioni, dalle 9 alle 13 a scuola, facevo fare loro passeggiate in città, mostrano palazzi antichi, ville e giardini pubblici. E poi entravamo in qualche bar, o ristorantino o burgheria... Con loro si parlava di tutto ma sempre con molta semplicità. Due cose erano argomenti difficili: la mafia e la morte. Minko Pei era il più spaventato di tutti. Meng-Meng (pronuncia MonMon) invece come tutte le ragazze era la più curiosa. A vent'anni, quattro anni prima, ero stata casualmente scelta per aiutare un ragazzo africano, del Senegal, Alassàn, a imparare l'italiano per difendersi dalla mafia. E lui mi disse una frase che mi rimase impressa:"Mi basta [sapere] qualcosa per non morire" "Qualcosa" tra parentesi perché di fatto non lo disse. E io stavo cercando di fare li stesso con la mia classe di cinesi. Così chiesi a Minko e a Meng-Meng:"Venite in Sicilia e avete tanta paura della mafia. Ma perché venire, allora? Per morire in Italia?" E lì si aprì il discorso lungo sulla morte dei cinesi. "NOI NON PRENDIAMO SOTTO GAMBA LA MORTE! PER NOI È UNA COSA IMPORTANTE UN MEMBRO DELLA NOSTRA SOCIETÀ CHE SE NE VA VIA PRR SEMPRE!" Aveva inteso puntualizzare. E dopo aver preparato loro spaghetti prosciutto e pisellini surgelati, davanti a un tè alla calendula mi hanno descritto il rito del funerale, d8 come varia a seconda della personalità del defunto e di come si esprima partecipazione im base all'importanza (anche economica) del de cuius. Leggendo questi passaggi è stato come tornare al luglio 2014. E tutto il mio entusiasmo di allora è tornato più prepotente che mai, a darmi la gioia di partire per con la mente e col cuore, e un domani chissà, forse pure di fatto. ❤️
Che immagine distopica, disturbante ma dolorosamente reale che hai dipinto… Grazie sempre 🩵