Linee storte
ho un'amica che dice che è meglio non sapere cosa prova e perché
ao!
Stiamo tornando in treno da un viaggio di una giornata con i ragazzi del mulino quindi non prometto niente su punteggiatura o valore del testo.
Questa domenica avrà il sapore di flusso di pensieri.
A te/voi che leggete auguro il mare perché a me manca molto: state bene e ci leggiamo presto.
Ciao!
Ho un’amica che confonde le emozioni con la debolezza.
E quindi si scusa ogni volta che sente troppo.
Rabbia, tristezza, felicità, non cambia niente: se perde il controllo di ciò che crede debba essere controllato, nel modo in cui pensa vada controllato, si scusa.
Come se provare qualcosa fosse una mancanza di educazione.
Come se l’intensità debba essere addomesticata.
O almeno ridotta.
Il punto è che non si fida di ciò che sente e si fida ancora meno di ciò che potrebbe sentire a dare quel bacio in più.
Dice che vuole essere “razionale”.
“Razionale” è il nome che dà al suo bisogno di restare intatta.
Esposta mai.
Abbastanza lucida da controllarsi e abbastanza viva da soffrire.
Quando arriva in ufficio si stende sul divano come una lucertola stanca e resta lì, con gli occhi aperti, ad ascoltarci parlare.
Non dice nulla, ma gli occhi gli occhi le diventano via via più lucidi e si alza solo se qualcuno propone di andare a bere uno spritz.
Il resto del tempo, lavora.
Come prima e unica figlia, ha imparato presto che la solidità non è uno stato della materia, ma una questione di prestazione.
Qualcosa da mantenere e dimostrare, da non incrinare mai.
Suo padre è morto lasciandole come insegnamento che la perfezione non è un ideale a cui aspirare ma un requisito implicito e non dichiarato.
Suo padre è morto ma è sempre presente e una stanza dentro di lei rimane sempre con le luci accese.
Non si spengono neanche quando sono già usciti tutti.
Se mentre facciamo la spesa solleva una busta di insalata, chiude gli occhi.
La vedo che pensa, misura il rendimento.
Ogni cosa che mangia deve essere guadagnata e ogni emozione che prova deve essere ispezionata prima di essere ammessa.
Le esitazioni devono avere una giustificazione funzionale e quell’amore era speciale, e allora meglio ricordarlo che viverlo.
La mia amica voleva fare medicina.
Lo voleva suo padre.
Perché la mia amica non è che sappia davvero cosa vuole. Non è che voglia, di per sé. Lei fa. Va avanti. Vive di direzioni. Si stende lungo la traiettoria della vita come una lucertola stanca e resta lì, con gli occhi aperti.
Poi il padre è morto.
Il ragazzo l’ha tradita.
E qualcosa nella mia amica è cambiato.
Per un po’ ha continuato a fare quello che ha sempre fatto: tenersi tutta insieme.
Poi non c’è stato un evento preciso: un giorno si è alzata dal divano e la sua stanchezza non si è alzata con lei. E lei non l’ha rimproverata.
Da qualche mese la mia amica ha smesso di lavorare allo studio medico.
Dice che vuole disegnare fumetti.
Disegna una rana che si chiama Greg e una principessa morta.
Dice che ha scoperto che non ha più bisogno di linee controllate.
Che sono belle anche così.

Capisco la tua amica, anche io sono figlia unica di madre vedova… tenermi insieme è quello che faccio sin da bambina. Dalle un abbraccio e avverti se esce qualcosa su Greg.
Non so se dipenda dal fatto di essere figli unici, o primogeniti. Io ho un fratello più grande e fino agli 8 anni, ho scassato mia madre con una richiesta a mio modo di vedere (di allora) molto banale, al limite dell'ovvietà: dammi un fratellino o una sorellina. Oppure un cane, un gatto, un uccellino. Volevo prendermi cura di qualcuno. ... Mia madre mi disse:"Poi te ne fai quanti ne vuoi di figli, quando sarai grande!" Smisi di chiedere.
Ebbi un pesciolino rosso, a 10 anni, premio di un gioco da fiera. Era delizioso e lo guardavo e lo vedevo guardarmi. Lo chiamai Nemo [originale, eh?]
Il terzo giorno è sparito. Nessuna resurrezione per lui, morto e basta. Mentre io ero a scuola, mio fratello lo stuzzicava con un coltello. Dopo due giorni che chiedevo dove lo avessero messo, mia madre, asciutta come una suola di sandalo, ha detto:"L'ho buttato nel cesso: era morto." ... A me le cose della vita arrivano così: le chiedi a lungo, rinunci per sfinimento, ti arriva un contentino che ti viene strappato via. Ovvio che poi mi dicono che sono "problematica". Ma il fil rouge di tutta una vita fatta di lenza, abboccamenti e star fuori dall'acqua ad annaspare, è che prendi le distanze dalla felicità, non ti fidi che possa accadere. Magari sai che esiste, lo vedi che altri si mostrano felici. Ma credi che è merce per pochi e tu non hai i numeri giusti per potertela accaparrare. Poco male, si può vivere anche con molto meno. E invece no, perché se hai un padre competitivo e una madre anaffettiva, cresci con un'ansia non tua. Ti si dice da molto piccola, che pur essendo la minore, "dovrai essere tu ad aiutare tuo fratello nel mondo, perché è una persona buona, e dei buoni se ne approfittano tutti." Che recepisci? Che tu non sei (buona) come tuo fratello, che tu devi combattere per difenderlo dai cattivi (quindi anche da me) e che non dovrai sbottonare nessuna emozione, durant3bla lotta: concentrati solo sul risultato, niente lacrime, niente lamenti. Prova a guardare avanti, e via.
Si, di solito ci chiamano "razionali", ma questa etichetta l'abbiamo costruita noi, e che lo si ammetta oppure no, se scegliamo di soffocare la parte emotiva di noi, siamo noi stesse le criminali. Noi, si, che non ci troviamo più a nostro agio a parlare di fortuna o felicità, che abbiamo un senso dell'umorismo condito col sale dell'autoironia, che passiamo per severe, o inflessibili, che crediamo nella giustizia ma siamo ostacolate a praticarla. Noi che teniamo gli occhi lucidi, e sorridendo diciamo "non è niente",girando il viso altrove perché tutto quello che non diciamo piange dentro al cuore. Si, siamo noi i Dott. Frankestein di quel mostro che diamo in pasto agli altri, perchésia distrutto. E allora spostiamoci un poco e osserviamo. Guardiamo cosa siamo realmente stati in grado di "generare": ed ecco una persona che dietro tanta impermeabile indefettibilità vorrebbe ridere di gusto, come ...non sa più quand'è stata l'ultima volta. Allora accolgo e ricambio la parola magica di una commentatore, sopra di me: ABBRACCIATE. Abbracciate, si, abbracciate persone simili, anche se vi faranno sentire esagerati, abbracciatele. Perché ritornino a sentire il perimetro del loro corpo, perché rientrino nella loro umanità, perché la razionalità va bene se misurata tra istinto e sentimento, confini che alle razionali sembrano essere stati negati, sottratti, o comunque perduti. È necessario, comunque, donare un abbraccio. Perché sicchiudano gli occhi e stavolta non voltino la faccia, quando le lacrime arrivano sotto le ciglia. Ma soprattutto perché riaprano quella porta dietro la quale si sono nascoste, e diano al loro tempo, la possibilità di recuperare qualcosa che ha il valore di un'esistenza e tutto il calore dell'eternità.