Il letto e il soffitto
dovrei smetterla di guardare nelle case della gente
ao!
Sono tornato dalla Cina da qualche giorno e ho messo in ordine alcuni dei pensieri che ho scritto durante l’ultimo periodo lì.
Mi mancano già i ravioli e i discorsi tramite app di traduzione, che anche chiedere il nome di un piatto diventa dieci minuti di incomprensioni. Poi però quei dieci minuti finiscono sempre per farti scoprire nuove storie e persone speciali.
E allora viva le incomprensioni.
Questa è l’ultima nota che ho scritto, la correggo adesso che sono in treno: mi manca scrivere sul mio pc con la tastiera che fa rumore ma arrivo sono a casa.
E a quel punto mi mancherà viaggiare, che scrivere è bello pure da scomodi e invece viaggiare da fermi è quasi sempre troppo egoriferito.
statemi bene sto periodo, che i cambi di stagione sono terribili per il prendere decisioni e la pelle secca. Ciao, a presto!
Ho visto l’uomo steso sul letto.
Aveva gli occhi aperti e guardava il soffitto
Camminavo per la strada principale del villaggio quando mi sono trovato davanti a una porta spalancata su una camera da letto.
E ho visto l’uomo. Steso.
Non sembrava avesse uno di quei giorni, uno di quelli in cui serve forza e tempo e forza per trascinarsi e sollevarsi seduti sul letto, e poi ci vorranno ore per mettere i piedi giù, e altre ore ancora per alzarsi.
Non sembrava avesse uno di quei giorni.
Sembrava avesse un’intera vita vissuta così.
La stanza puzzava di chiuso restando aperta. Le finestre, la porta sulla strada, qualsiasi cosa dentro e fuori quella casa poteva passare liberamente dal buio della camera alla luce del marciapiede, ma la stanza puzzava di chiuso e le cose rimanevano intrappolate tra il letto e le pareti.
L’uomo continuava a guardare il soffitto.
Volevo fargli domande, scoprirlo, ma parlavamo lingue diverse e lui era dentro la stanza e io fuori a guardarlo.
E stavo immaginando la sua vita senza chiedere, presuntuoso e maleducato a rimanere là fuori la porta a immaginarmi la sua vita senza chiedere, ma li riconoscevo quei blister di pillole sul comodino. E i bicchieri per terra con il calcare che ormai sembra zucchero incrostato e una bottiglia di acqua vecchia e la puzza e i fazzoletti.
Non volevo fermarmi davanti la porta.
Ma lui continuava a tenere gli occhi aperti. E io riconoscevo quegli occhi.
Dicono che una grande sensibilità porti con sé dolore, ma che solo le persone sensibili avranno la possibilità, un giorno, di riconoscere l’autentica felicità e di viverla in maniera consapevole e completa.
Le persone sensibili che conosco muoiono.
Si stanno salvando quelle che spengono organi del proprio corpo, dirottando sangue nel cervello, nella testa che fa e porta avanti. Cosa? Cose, porta avanti il corpo che ha obiettivi e non sogni.
Provare emozioni fa paura. I sogni fanno paura. Gli obiettivi sono possibili. Non fanno paura.
I sogni allargano il petto e poi devi cambiare vestiti, pesano, costano.
I sogni ti chiedono cosa sei disposto a perdere per arrivarci. Ti scelgono.
Gli obiettivi non parlano. Te li imponi tu.
Le persone sensibili che conosco sognano di stare bene.
Ma ora abbiamo trent’anni e discutiamo se alla fine sia meglio una vita di cocaina o di fentanyl e nessuno di noi ormai sembra più sensibile, solo irrimediabilmente rotto, compromesso oltre il punto in cui sarebbe bastato andare in terapia, o che quella persona tornasse, o che avessimo iniziato con il metadone.
Guardiamo tutti il soffitto.
E non c’è scritto niente.
Anche io cerco soluzioni sul mio soffitto e certi giorni vorrei scriverle per farle trovare al me di domani ma non riesco.
Il me di domani è furioso con il me di oggi perché il me di oggi non è stato abbastanza forte, ma a sua volta il me di domani delude il me di dopodomani e allora fa male pensarci e non ci penso più e continuo a guardare il soffitto anche io.
Ma sono ancora in strada davanti alla porta.
L’uomo ha ancora gli occhi aperti.
Non era solo la lingua il problema. Le parole che avevo in testa non riuscivano a diventare domande. Solo rumore. Come quando provi a parlare sott’acqua e la voce ti torna indietro deformata, inutile.
Poi l’uomo si gira.
E mi guarda.
E io mi accorgo di non essere nella stanza con lui, mi accorgo di essere in strada, mi imbarazzo, distolgo lo sguardo, mi allontano.
Sotto di me c’è la strada e la porta è là dietro e davanti a me il resto della città e io oggi quando sono uscito dalla stanza?
Chissà se sono uscito.
Chissà se queste stanze ci lasceranno mai andare.

Secondo me le persone sensibili portano sulle spalle la grande responsabilità di illuminare le stanze buie degli altri, per dare loro la possibilità di ritrovare quello di cui hanno bisogno per stare bene con sé stessi.
Il fatto è che se sei sensibile difficilmente esci indenne dalla stanza buia dell'altro.
Lorè stamattina hai deciso di farci male eh? Speriamo che prima o poi i noi di domani siano un po' più gentili con quelli di oggi, e che magari un po' alla volta l'aria che viene da fuori riesca a togliere la puzza di chiuso dentro. Un abbraccio❤️