ao!
siamo a Budapest a scoprire lángos e gulasch: un altro giorno così e mi strappano l’abbonamento in palestra.
Come glielo spiego che in ogni angolo di questa città c’è qualcuno che è arrivato dall’altra parte del mondo e che sui è trovato così al suo posto sulle rive del Danubio da dirsi
“oh, rimango qua.”
portando le sue storie, i suoi problemi, la sua cucina. Basta fermarsi qualche minuto al sole sotto la chiesa di Mattia e lo cominci a sentire anche tu quel richiamo.
E intanto, Valeria passeggia.
La vernice si stacca dai muri delle pasticcerie eleganti.
I pezzi che cadono li prende il vento, che li trascina sulla strada come polvere colorata, e Valeria scuote le spalle quando qualche frammento le finisce sulla blusa a fiori.
La chiama così, “blusa”.
Le piace la parola. Non le importa degli sguardi interrogativi delle persone quando le sentono pronunciare
“blusa”
Continuerà a chiamarla così.
Ha vissuto a Budapest sette anni fa e qui si è persa. È arrivata da fidanzata, ha lasciato il fidanzato, ha fatto amicizia con altre persone in fuga come lei, è tornata con il fidanzato, è finita da sola.
E ora che siamo di nuovo a Budapest mi indica le strade e le chiama per nome.
Mi racconta che è tutto cambiato, che oggi è tutto più Europa. E mi dice anche che non è cambiato nulla, che al Danubio non importa dell’inflazione.
Il vento profuma ancora di torte al cioccolato e il fumo del distretto VIII è ancora il migliore.
Se sai da chi comprare.
Valeria sa da chi comprare.
Lo sa da tutta la vita.
Sa come bisogna lavorare per fare soldi, sa come parlare alle persone per convincerle a fare quello che le serve, sa come vestirsi per un aperitivo e come per un primo appuntamento.
Valeria sa fare.
Se le chiedi come sta, ti risponde raccontando cosa sta facendo.
Quando Valeria è sola piange.
Prende psicofarmaci che non ho mai preso, più di me, sono così tanti.
Mi sento un principiante quando tira fuori la sua scatolina di Kuromi con i divisori: il Prozac, i sonniferi, gli integratori di collagene per la pelle.
Perché Valeria può sentirsi persa ma mai con una brutta pelle.
Valeria fa. E in quel fare ha trovato sé stessa e si è condannata.
Non come a Budapest. Sette anni fa.
A Budapest sette anni fa poteva ancora scegliere.
Perdendosi, avrebbe potuto ritrovarsi in qualsiasi destino: avvocata, giornalista, sposata con quel ragazzo, accasciata da fatta all’angolo di un ruin bar.
La vedo che cammina per Budapest cercando quei destini al contrario. Li ripercorre per le strade della città. Li osserva sfumarsi nelle vetrine dei posti dove avrebbe potuto essere.
Non li trova. Non ci sono.
Ma sarebbe bello sapere che esistono ancora.
Non so se sia tornata per questo a Budapest, se è qui che si nascondono le scelte che ha lasciato indietro. Se riuscirà ad incrociare le sue sé passate mentre camminano distratte per la città, una con un matcha latte, un’altra con un passeggino.
Ma Budapest non è cambiata ed è cambiato tutto.
E Valeria non si ritrova più.
Il Danubio, le strade: i luoghi ricordano chi siamo stati e non chi possiamo diventare.
Non sono loro a insegnarti il coraggio di smettere di guardare all’indietro.
Ci andiamo a cercare nei luoghi che conosciamo e scopriamo soltanto le nostre tracce.
Ci troviamo soltanto nei luoghi dove dobbiamo ancora arrivare.
Siamo solo e sempre davanti a noi.

"l'unico ritorno che ha senso è quello in territori in cui non sono mai stato "
Bellissimo questo testo, complimenti 🙌🏼