Testa alta nel fango
come siamo diventati un paese di persone che odiano il proprio paese. Ma senza ananas sulla pizza e per la famiglia tradizionale.
ao!
Qualche giorno fa ero a Canino, vicino Viterbo, per l’evento Sere Azzurre d’Estate.
Presentavo il mio libro e conoscevo le persone di lì: a fine serata abbiamo preso una birra e per le strade di Canino non c’era nessuno, ma al Bar Mauro c’era il karaoke.
Cinquemila abitanti e una trattoria incredibile, tante storie, tanti dubbi. C’è chi vuole restare, chi vuole andare via, chi organizza sagre e vediamo come andrà.
Ho assaggiato qualsiasi tipo di olio, qualsiasi tipo di miele e ho scritto il pezzo di questa settimana con davanti una necropoli etrusca.
Perché a Canino c’era qualcosa che parlava di noi.
Ci sentiamo presto: un abbraccio a tutti e passa ad assaggiare quell’olio!
Qui a Canino non puoi entrare a casa di qualcuno senza assaggiare il suo olio.
Lo offrono a chiunque incontrino, come fosse caffè, e io ho quasi paura di bussare alla prossima porta.
“Assaggia.”
Assaggio da stamattina e ogni nuova conoscenza inizia con una stretta di mano e una fetta di pane.
Tutti quelli che incontro per vivere “fanno altro”. Eppure questa gente incredibile trova comunque il tempo di produrre il proprio miele, coltivare le proprie verdure, fare il proprio olio.
Il proprio olio.
Che ogni volta è l’olio migliore.
Non nel senso che te lo dicono e finisce lì. Nel senso che ci credono davvero.
“Quell’ulivo lì l’ha piantato mio nonno.”
“Quest’anno l’abbiamo chiamato come mia madre!”
Allora ho pensato che qui l’olio fosse un modo per presentarsi, prima del nome e della professione.
Prima di tutto.
E casa dopo casa, di salotto in salotto, ho notato che a Canino lo stesso orgoglio che mettevano nel farmi assaggiare l’olio spariva quando si parlava del paese.
“Qui non c’è niente.”
“Io a settembre vado a vivere a Montalto Marina.”
“I ragazzi che ci rimangono a fare qua?”
Era strano.
Erano fieri di tutto quello che nasceva da quella terra e molto meno della terra stessa.
Come se fosse più facile amare ciò che si può raccogliere piuttosto che il posto che lo fa crescere.
Amano e odiano il proprio paese.
Amano e odiano i ricchi del nord Europa, i tedeschi, i norvegesi, che stanno comprando una casa dopo l’altra per farci i loro appartamenti per le vacanze.
Amano e odiano il paese vicino, quello più grande, dove forse c’è più futuro che qui.
Amano e odiano: fanno proprio come noi.
Come tutta Italia.
Spesso amici stranieri mi chiedono come sia possibile.
Come facciamo noi italiani a passare così tanto tempo a parlare male del nostro paese e poi, appena si parla di tradizioni, storia, cucina, difenderlo urlando.
È una cosa che li sorprende, perché sembra una contraddizione.
Non lo è.
Siamo capaci di criticare tutto del nostro paese, tranne il passato.
Siamo disposti a mettere in discussione tutto, ma non quello che è stato.
Perché il passato è l’unica cosa che ci hanno insegnato a considerare davvero nostra.
Davvero migliore.
Siamo cresciuti con l’idea che il futuro fosse sempre da qualche altra parte, che fosse Tokyo o Montalto Marina.
L’oggi faceva schifo, il domani era altrove: rimaneva solo ieri.
Abbiamo cominciato a difendere la tradizione non per orgoglio, ma per paura.
Paura che se ci togliessero anche quella non ci resterebbe più niente a cui aggrapparci.
Il passato è l’ultima cosa salda in mezzo all’acqua.
Continuo a girare per le case di Canino e mentre mordo fette di pane e ungo salotti, mi raccontano di tradizioni che non devono cambiare mai.
E per farlo mi raccontano di come siano cambiate.
Di quando il nonno scoprì che quel pezzo di terra dava olive migliori.
Di quando lo zio costruì un frantoio diverso da quello del paese perché spremesse meglio.
Di ogni generazione che ha cambiato qualcosa senza dover annunciare a tutti quanto amasse “la tradizione”.
Una tradizione che non si evolve non è una tradizione.
Ristagna immobile: non diventa museo, ma cimitero.
La tradizione è viva, pulsa, e tutto ciò di lei che riusciamo a far arrivare a domani diventa cultura.
Futuro.
Galleggiamo come naufraghi aggrappati a una boa, così impegnati a stringerla da non accorgerci che già tocchiamo con i piedi.

Sembra (perché forse a volte dimentico gli altri) quasi il tuo pezzo più riuscito. Sarà il momento particolare, sarà il fatto che in ste cose mi sento sempre attaccato...ma comprendo perfettamente. La mentalità da fuorisede mi sta portando a notare queste cose: una persone che si sente fuori mentalmente usa tradizioni, caratteristiche peculiari del posto in cui vive per sentirsi paradossalmente attaccati a qualcosa.
Ho scritto in più sessioni, spero di non essere andato off topic. Nel caso...bella Lore, grazie di questo viaggio mentale che a volte comunque mi faccio
penso che proprio perché si tende a difendere il passato non miglioriamo mai per il futuro, si pensa solo a quello che siamo stati e mai a quello che saremo un domani, boh questo è il mio pensiero che può valere per chiunque