Spezzarsi in pace
sorridere divisi sotto le bombe
ao!
Questa settimana sono andato a lavorare in Germania, a Francoforte.
Eravamo con un mio amico, Alessio, che si è pure appena iscritto alla newsletter quindi starà leggendo adesso queste righe: ciao Alessio sto parlando di te.
Per quel poco che ho visto Francoforte mi è piaciuta molto: alcuni italiani che vivono lì mi hanno detto che piace anche a loro, altri italiani che vivono lì mi hanno detto che vorrebbero prenda fuoco.
A me ha parlato. In qualche modo. Di qualcosa che non ho ancora elaborato e dovrei.
Buona lettura, buona settimana e a presto!
C’è qualcosa di rassicurante nell’essere rotti.
Non devi più fare attenzione
Nella tua vita muori cento volte, ad ogni grosso dolore. Rinasci quasi sempre, un po’ più rotto, forse un po’ più compromesso. Quello lo decidi tu.
Se impari a farci pace, capisci che da lì in avanti puoi fare un po’ meno attenzione.
Passeggiare di notte a Francoforte è viaggiare tra due tempi diversi che si ammucchiano davanti a te, ingarbugliati nelle stesse strade. Dall’ottobre del ‘43 al marzo del’45, le bombe degli alleati picchiettarono giorno dopo giorno sulla città, consumando il cuore di pietra del centro storico.
Che adesso non è più storico.
Passeggiare di notte a Francoforte è utile a dissociarsi, se ne hai bisogno: al centro della città, oltre i tetti d’ardesia delle case a graticcio medievali - quelle poche scampate ai bombardamenti e alle ricostruzioni - oltre le stradine in mattoni e dietro al campanile di arenaria rossa della chiesa di San Paolo, spicca la Commerzbank Tower, il secondo grattacielo più alto d’Europa.
Ha otto fratelli intorno a lui. E un’altra decina in giro per la città. Ognuno con le sue luci intermittenti della segnalazione aerea, che servono per dire a chi vola “Ehi, siamo una città importante adesso, arriviamo fino al cielo: non ci fanno più paura le bombe, le abbiamo dimenticate!”.
Ma Francoforte le bombe non le ha dimenticate.
E nemmeno tu.
Le prime volte che crolli, pensi che ogni volta sia l’ultima. Poi, crescendo, ci si abitua anche allo sgretolarsi: ti alzi, fai colazione, vai al lavoro e mentre cammini senti i frammenti di te scuotersi dentro il tuo petto come pezzi di vetro.
Non li raccogli più, i pezzi.
Se hai sfortuna, ad un certo punto della tua vita saranno troppi: a quel punto non provi nemmeno a rimetterli al loro posto. Ad alcuni ti ci affezioni. Li riconosci soltanto dal rumore che fanno quando ti muovi, come una pioggia secca che ti segue da dentro.
Ma se impari a farci pace, c’è una forma di serenità in questo disordine ferito. Non è guarigione, non può esserlo sempre, subito. Non è neanche resa, però. È convivenza. Una tregua imperfetta con ciò che sei diventato dopo ogni crollo. Aspettando di elaborare quella caduta, aspettando che arrivi la prossima.
Se impari a farci pace, capisci che la serenità non è essere interi ma poter continuare a camminare anche quando non lo sei.
A Francoforte lo senti meglio.
In questa contraddizione verticale le pietre ricordano e il vetro dimentica ma tutto convive senza parlare di quel giorno che ogni cosa fu fuoco e urla e sangue che schizza e colora il Meno di rosso e di morte.
A Francoforte puoi imparare a fare così, a tenere insieme il prima e il dopo senza cucitura visibile e soluzione di continuità. A lasciare che le tue fratture diventino una mappa, più che una cicatrice. A smettere di chiedere di essere intero, ma soltanto attraversabile, dalle prossime gioie, dai prossimi dolori.
La notte, quando le luci di segnalazione sulle torri iniziano a battere lente, rosse, intermittenti, un respiro meccanico che scandisce il tempo per chi alza gli occhi al cielo, Francoforte mi racconta una storia.
È una storia su qualcosa che non ho ancora capito e dovrei. Parla di quell’amore rimasto sospeso, di quell’amico che era più grande ma che ora hai superato d’età, di tuo padre, di tua madre.
Le macchine rallentano. Le luci dei lampioni in ghisa illuminano i frammenti che ho dentro di me.
Non sei in guerra con il tuo dolore. Te ne stai prendendo cura, lo stai portando a passeggio con te.

"Non sei in guerra con il tuo dolore. Te ne stai prendendo cura, lo stai portando a passeggio con te."
Grazie per quello che hai scritto, è una frase che mi ha fatto bene in un periodo complesso, in cui c'è più dolore di quanto forse mi renda conto, di quanti frammenti mi sia perso per strada. Fa sempre bene leggerti Lorè, grazie <3
Grazie del piantino della domenica, ci voleva <3