Martin e il formaggio
la spericolata avventura di un bambino e i suoi occhiali
ao!
Due settimane fa avevo detto che non scrivevo racconti da un po’, e ora eccolo qui.
È arrivato lui per conto suo però, io non c’entro: sono a Brockworth, in Inghilterra, alla Cooper’s Hill Cheese-Rolling and Wake.
Una volta all’anno migliaia di persone da tutto il mondo vengono qui e lanciano forme di formaggio giù da una collina.
Dopodiché, le corrono dietro.
Chi le acchiappa, vince. E si tiene il formaggio.
La gente si fa malissimo. Le ambulanze non bastano.
Non so se riuscirò a vincere ma ho visto un bambino nel gruppo degli under dieci (perché c’è il gruppo degli under dieci): ha grossi occhiali e continua a salutare sua madre in fondo alla collina.
Dio solo sa quanto quella donna stia tremando.
Però il bambino sembra convinto e coraggiosissimo. E ha compiuto un’impresa. Quindi gli ho dato un nome e una storia, mescolando quello che ci hanno raccontato gli abitanti di qui con quei grossi occhiali e quella manina che salutava la donna tremante là in fondo.
Ti presento Martin: tienilo d’occhio e stammi bene!
Martin non capisce perché tutti stiano ridendo.
Eppure stanno per morire.
Non sa bene cosa sia la morte perché è una cosa che si impara molto dopo i sette anni, almeno dopo gli otto, e sicuramente molto dopo che avrà imparato a correre senza che gli caschino gli occhiali.
Perché gli continuano a cascare.
Ma sta imparando.
A Brockworth si corre giù dalla collina una volta all’anno, quando la pioggia si è già un po’ stancata di insistere perché tanto nessuno gli apre.
Soprattutto, non gli apre Martin: non gli piace la pioggia perché gli bagna le scarpe e lo fa inciampare.
E poi il fiato caldo gli appanna gli occhiali.
E lo fa inciampare.
Brutta persona, la pioggia.
Non c’è pericolo oggi però: Martin ha passato la notte a ripetere la filastrocca scaccia-nuvole che gli ha insegnato suo fratello maggiore, Pete. E infatti stamattina splende il sole.
È un bravo fratello Pete.
Martin si guarda le scarpe da ginnastica nuove che sua madre gli ha comprato due settimane prima, “per correre bene”. Gli brillano ai piedi. Sono bellissime.
E anche se la Mamma adesso, laggiù in fondo alla collina, sembra molto pentita di quella scelta… Martin è pronto.
Oggi si lancerà dalla Cooper’s Hill.
Da quassù la collina sembra qualcosa su cui nessun essere umano dovrebbe salire. Specialmente se porta gli occhiali. Se Martin guarda verso il basso vede persone piccole piccole che salutano con le mani (tranne quella vestita come la Mamma: quella sembra stia per piangere).
Se invece guarda dall’altra parte vede le gambe pelose degli organizzatori che sistemano i bambini sulla linea di partenza.
Corre con gli “under dieci”, lui.
Con i grandi.
Deve farcela.
Quando l’arbitro urla “VIA!”, Martin si lancia prima di tutti.
Ed è in quel momento che capisce che gli hanno spiegato male le regole.
“Segui il formaggio”.
Detto così sembra un gioco semplice. Come se il mondo avesse davvero una direzione chiara e bastasse essere abbastanza veloci per raggiungerla. Ma gli altri bambini spingono, l’erba fa scivolare, il vento gli solleva gli occhiali e già alla seconda gomitata nel petto Martin capisce che sta per morire.
Allora rallenta. Cerca di piantare i talloni nella terra per lasciarsi superare dagli altri, ma proprio in quel momento incontra una zolla sporgente e succede una cosa che non ha un rumore preciso ma si sente nelle orecchie.
Qualcosa cede.
Come se al Potente Signore delle Regole fossero scivolate di mano le regole.
E la collina cambia idea. E il mondo è al rovescio.
Martin è ora qui e adesso là, la testa al posto delle gambe e le gambe come girasoli impazziti che seguono il sole e il mondo non ha più sopra e sotto.
Solo velocità.
I bambini davanti a lui volano come birilli: Martin è una palla di urla che sfreccia giù per la Cooper’s Hill buttandoli giù uno dopo l’altro. Dietro di lui piccole ginocchia che cedono, braccini che cercano aria, risate che diventano pianti.
Nessuno lo supera.
Tranne i suoi occhiali. Dove sono gli occhiali?
Martin cerca di ritrovarsi la faccia ma ha perso anche quella. Prova a rimettersi in piedi come gli ha insegnato Pete, facendo forza sulle gambe, ma è un tentativo che dura troppo poco per diventare una decisione.
Sente il fango infilarsi dentro il colletto della maglia nuova. Brutta storia. Al funerale Mamma sarà furiosa. Già la sente:
“Perfino da morto sei riuscito a sporcarti! I bambini conciati così se li portano via i folletti della collina!”
Stupidi folletti della collina.
Scusate, non volevo dire stupidi.
Mentre il mondo continua a vorticargli intorno, Martin inizia a fare mentalmente la lista dei suoi giocattoli per decidere a chi lasciare cosa. Il suo Hypercharged Panther di MrBeast è chiaramente la cosa più preziosa che possiede, quindi è giusto che lo tenga Pete. Le gambe gli pizzicano e le braccia gli fanno un po’ male, ma Martin continua la lista e è quasi arrivato al treno Lego quando succede qualcosa.
(meno male, perché ci tiene tantissimo al treno Lego).
È la schiena.
Gli si è incastrata all’improvviso contro qualcosa di morbido e vivo.
Un signore. O forse due. O forse il mondo intero di signori che si sono dovuti alleare per fermarlo.
Uniti.
Martin ha unito il mondo.
Ha portato la pace.
La gente urla, ma la mamma urla più forte di tutti.
Lui resta fermo qualche secondo, con la faccia schiacciata nell’erba bagnata e il cuore che corre forte come le sue gambe poco fa. Poi rotola lentamente di lato e sopra di lui il cielo di Brockworth gira piano, come una giostra che sta finendo la corrente.
La faccia della Mamma appare tra le nuvole.
Lo guarda come se fosse sorpresa di di trovarlo ancora intero, ma in modo diverso da prima.
Intorno a lui qualcuno ride. Qualcuno si lamenta di una caviglia. Un bambino, il figlio del postino, viene sollevato in aria dalla folla: è riuscito a prendere il formaggio, ha vinto.
Il formaggio.
Martin si è dimenticato del formaggio.
È arrivato primo, sì.
Ma del formaggio si era completamente dimenticato.
È strano però. Non gli importa.
Alza gli occhi verso la collina: vista da quaggiù sembra più bassa.
Strano anche questo.
Tra le nuvole compare anche la faccia di Pete. Lui non ha lo sguardo della Mamma.
Lui sorride.
“Sei forte fratellino!”
A Martin viene da piangere per la felicità. Che buffo.
Guarda di nuovo le nuvole. Gli è venuto il dubbio di aver imparato qualcosa.
Forse alcune cose non si inseguono perché si possono prendere.

Ma come si fa a dimenticare il formaggio?!
Oh Martin! Il mio cuore ha ruzzolato con te per tutta la discesa del racconto, mi si è infalato nel naso l'odore dell'erba umida di pioggia, ho riso (sì, scusami, ho riso anch'io) nel tentativo di ritrovare il tuo faccino tra il fango e le grida. Ecchissenefrega del formaggio! Sei arrivato primo, come la prima volta che sono scappata di casa a 16 anni, e sono andata a Roma, a fine novembre. La pioggia di Roma la conoscono solo i romani. E pure io, da allora. Una pioggia così diversa da quelle a cui ero abituato, che scendendo le scale dell'aereo...no, non ho proprio fatto una discesa. Come te, Martin, messo il piede in fallo una volta, la caduta si impossessa di te, si esibisce al posto tuo. Ti fa apparire un burattino manovrato da una regia cattiva, che ti vuol solo far deridere da tutti. Ma finiti quegli 8 scalini, che manco Yuri Chechi ad Atlanta poteva fare meglio, voilà, in piedi, dritta come una candela, davanti a una ventina di turisti giapponesi (che mi hanno pure fotografato! Da qualche parte in Giappone, ci sono mamme che spaventano i bambini che non vogliono andare a letto con le foto della mia performance romana) e io là, fiera del mio parafrasato De Bello Gallico "Roma, te teneo", ebbene solo allora mi sono detta anch'io: Ecchissenefrega del frega del formaggio!