Ma sì, buttelo
La voglia di smettere di riparare che ci prende quando ci passa quella di rompere tutto
ao!
al mulino stiamo organizzando i prossimi viaggi, le prossime store da raccontare.
Con il secondo piano che, dopo un anno, è ancora un cantiere, e tutti i lavori che facciamo per ritagliarci tempo e soldi per le cose che vorremmo fare davvero, dai libri ai documentari, la vita qui dentro sembra una rincorrere continuamente noi stessi.
Però che bel caos, nonostante tutto.
E poi siamo fortunati anche per dove viviamo: Monte Sacro è un paese nella città e anche una passeggiata dall’elettricista diventa un racconto.
E quindi, eccolo qua.
Ciao, statemi bene e a presto!
“Buttelo”
Gliel’ho sentito dire per telecomandi a cui sarebbe bastato cambiare le batterie.
“Ma sei sicuro Vincè? Magari è ‘na roba de contatti…”
“Fidate, buttelo.”
Vincenzo è l’elettricista di Monte Sacro.
È un bel quartiere, Monte Sacro, perché siamo a quindici minuti da Termini e a quindici minuti dalla Riserva della Marcigliana, oltre il raccordo.
Siamo fuori e dentro al mondo.
E anche Vincenzo è fuori e dentro al mondo.
Ogni mattina, nei giorni feriali, arriva a piazza Sempione su una Vespa scassata, bestemmia contro qualcuno fermo al semaforo e parcheggia davanti al suo negozio.
Alla porta c’è attaccato un campanello che suona come tosse rotta quando entra un cliente.
E non suona spesso.
Quando passo davanti al negozio di Vincenzo e lo vedo seduto dietro al bancone a scrollare il cellulare, apro sempre la porta per salutarlo. Non perché a lui freghi qualcosa di me, né a me di lui.
Lo faccio per il campanello, poveraccio.
“Buttelo”
“Dice? È che ci tengo molto a questa lampada. Sa, era di mia madre mort...”
“Ma sì, roba de cinesi. Buttelo”
Quando qualcuno sbatte con rabbia la porta a vetri del negozio, tremano tutte le ciabatte multipresa appese ai muri e il campanello ruggisce libero.
Mi piace sentirlo così.
Non credo che Vincenzo abbia mai aggiustato nulla in vita sua. Mio zio dice di sì. Dice che negli anni ‘90 Vincenzo faceva davvero l’elettricista e sistemava fili, raddrizzava dentini, sostituiva commutatori e domava le 220 volt di tutto il quartiere.
Ma mi sembra così strano.
Il Vincenzo che conosco io dice solo “buttelo”.
Magari gli è successo qualcosa, qualcosa di umano.
Magari qualcosa di sociale, politico.
Magari si è rotto i cojoni.
Da piccolo pensavo lo facesse per spingerti a comprare qualcosa di nuovo e venderti all’istante una nuova torcia, una nuova macchinina elettrica.
La sua personale lotta ad Amazon.
Ma no. Dopo “buttelo”, le discussioni si chiudono lì. Lui torna al cellulare e il cliente esce socchiudendo o sbattendo la porta.
Allora oggi ho deciso.
Quando apro la porta il campanello scatarra e Vincenzo alza appena gli occhi.
“Ah, sei te.”
Lo dice sempre così, senza interrogarsi. Come si direbbe “piove” o “è lunedì”.
Io annuisco e basta. Non serve altro. Io non ho nome, io sono “il nipote di Giandomenico” e va bene così.
Dentro il negozio l’aria è da vent’anni un misto di plastica calda, polvere elettrica e cose lasciate a metà. Ogni oggetto ha un posto e nessuno una funzione.
Sul bancone c’è sempre qualcosa che “si deve vedere”. Una lampada senza paralume. Una presa smontata. Un filo che non porta da nessuna parte. Tutto in uno stato di attesa permanente.
Le cose, sedute, riflettono. Ma nessuna decide.
Vincenzo nemmeno.
“Che c’hai?”
Lo chiede senza guardarmi.
“Mio zio ha una luce che non va.”
Lui annuisce appena, come se la frase gli bastasse per immaginare tutto il resto del mondo.
Poi si gira verso il bancone, verso quello che non è più un banco da lavoro ma una specie di archivio del possibile. E dice:
“Lascia sta.”
“No Vincè, gli serve, sta a finì dei lavori, è una luce su misura che hai fatto tu vent’anni f...”
“E buttelo.”
“Ma buttelo cosa Vincè, è una luce incassata che hai fatto te, gigante. Bella. Che devo buttà?”
“Vabbè, ma a te nel caso te rimane qualcosa in mano, nel caso, buttelo.”
Io annuisco. E lo so che non è una battaglia tra me e lui.
Non è neanche più una risposta. È solo un modo per chiudere le cose senza aprirle.
Tutte queste cose che si possono ancora riparare e tutte quelle che hanno già deciso di non farsi più toccare.
Che abbiamo già deciso di non toccare più.
Esco dal negozio senza aggiungere altro.
Il campanello tossisce quando la porta si richiude.
Per la prima volta mi sembra che non stia suonando per me, per salutare i clienti.
Ma per la luce di mio zio.

In casa mia non si è mai buttato niente, se si poteva evitare. Oggetti, relazioni, sentimenti, ricordi, legami. Qualsiasi cosa andava curata, reinventata, ci si teneva aggrappati ad essa anche se faceva male, anche se era consumata, tutta rattoppata. L'arte dell'arrangiarsi, l'hanno sempre chiamato. Il modo di vivere di chi è cresciuto senza niente, permettendosi a malapena il minimo indispensabile. Era una necessità che diventava virtù.
Io sono cresciuta in un ambiente più tranquillo. A tratti ho avuto tanto, e poi per tanto ho avuto molto poco. I miei genitori ci hanno dato cose, a me e i miei fratelli, e mentre lo facevano ci dicevano di usarle poco, con tantissima attenzione, anzi meglio lasciarle lì finché proprio non è necessario, perché se no poi si rovinano. Se si rompevano, ecco che partivano i sensi di colpa. L'ansia. Il disappunto, anche. Il non lasciare andare le cose danneggiate, il non essere in grado di preservarle, di farle funzionare in un qualche modo diventava un motivo di delusione a più livelli. Come se fosse colpa tua se si è rotto e non sai aggiustarlo.
Ci ho messo molto tempo a capire che a volte le cose non si aggiustano, e non sta neanche a noi farlo. Che a volte si riparano e comunque non vanno per qualche motivo. Che sia la lavatrice, che sia una relazione, il lavoro, l'università, la famiglia. Ci sono delle volte che vale la pena lavorarci su.
Ci sono volte dove invece hai bisogno di sentirti dire di mollare la presa e buttare via, che va tutto bene. Non è arrendersi. Non è essere un fallimento, non è qualcosa di perso.
Il punto non è buttare qualcosa che si potrebbe aggiustare, se solo ci provassi di più. Il punto è che a volte provarci di più fa male a te, e non serve a niente. A volte buttare e guardare a qualcosa di nuovo è un atto di cura verso te stesso. A volte, significa risparmiarti della fatica, della sofferenza, il peso di qualcosa che non dipende neanche interamente da te. Significa fare spazio a te, all'aria fresca, al futuro, a qualcosa di più o di semplicemente diverso.
A volte significa che le priorità cambiano, ma anche le potenzialità di quel qualcosa. A volte sei tu che cambi, che prima davi tutto te stesso e un giorno decidi che tutto sommato non ne vale la pena. A volte, ciò che ci dava quello a cui ci aggrappavano non è più abbastanza e non importa quante volte ci metti le mani, non cambierà.
Sto andando fuori tema? Può darsi, domani ho l'esame di filosofia della mente, sorry not sorry. Io so solo che a leggere 'Buttelo' mi sono sentita meglio, ho sospirato, perché ogni tanto fare uno scarto emotivo, mentale e anche materiale per me fa molto bene. Ora quando sarò in dubbio se tenere o mollare, la risposta è 'buttelo', se mi fa sentire sollevata.
Io sono quella che recupera, ricicla, ripara. L'ho imparato dai miei genitori che lo impararono a loro volta dai loro genitori (o chi per loro, perché la mia bisnonna crebbe a Erice, nel convento di clausura, l'ala destinata a orfanotrofio). E a me piace da sempre il recupero, la "nuova vita" a cose vecchie. Ovviamente, ovviamente, un sistema così ben ordinato doveva avere una falla. E di solito erano le mie cose a rappresentare "il superfluo di cui liberarsi". Ho difeso le mie cose meglio che ho potuto. Ho un animo storico, portato istintivamente ad amare le storie attorno ad oggetti, i ricordi terragni non necessariamente belli e romantici che ti danno radici. Amo moltissimo anche l'aria e non mi fermo alle radici, mi piace ammirare le fronde, e le gemme e i boccioli nuove infiorescenze di cui attendo la schiusa. Amo gli alberi, sono pacifici, pazienti, ti mostrano le radici da cui guardare in alto ...avevo pure un pino, quando mio padre da ragazzo comprò un pezzo di terra su cui solo da sposato decise di edificare una villetta. E da piccola, a 3 anni circa, andavo a trovarlo quel pino, che era esattamente il punto di riferimento per chiunque volesse, dalla valle, vedere quanto salire in collina prima di raggiungere casa nostra. Ed era bello parlargli, riconoscere il ronzio di bombi e calabroni, seguire il rincorrersi di farfalle che puntavano un giardino di pratoline più in là da me, oppure ascoltare il fruscio del vento lassù, in quell'ombrello perfetto che riparata il volo di passerotti e fringuelli e profumava di buono, di gioia semplice, di felicità antica ...E quando a 10 anni mi fu chiesto di esprimere la mia opinione circa la vendita di quella villetta, io dissi una parola sola: No. Mi fu detto che non ci si andava quasi più preferendo le vacanze al mare, i piccoli viaggi, altre forme di divertimento. Ma io pensavo al mio pino (che i miei, per sfottere mi avevano attribuito, chiamandomi "Caterina del pino solitario") e continuavo a dire No, No, assolutamente NO! Che ne sarebbe stato del mio pino? Risposta facile: sarebbe andato a qualcun altro, che si sarebbe preso villetta e terreno. ....
Da quel momento ero convinta che al cuore dei miei familiari mancasse qualche ventricolo, e mi arresi. Opponevo solo io il mio no a una decisione già presa... E col tempo me ne hanno tolte di cose...
In compenso alla mancanza ventricolare dei miei, che si liberava o sempre e solo di ciò che amavo io, io ho una porzione di cuore in più. Io conservo tutto nel mio cuore, e là stanno tutte bene, le cose che altrimenti sarebbero finite nel dimenticatoio. E questo mi dà un poco di sollievo, e nient'altro.