Acqua che serve
la sensazione che la signora che sviscera il pollo nel fiume amerebbe il Colosseo. Almeno per un giorno.
ao!
Piove da due giorni, non smette.
Stiamo continuando il viaggio in Cina con gli altri e siamo arrivati a Guilin: piove e basta.
E piove e fa caldo. Mangiamo fradici zuppe bollenti e abbiamo brividi di freddo che ci gelano il sudore addosso.
Un clima strano.
Mi piace.
Abbiamo cominciato a girare i villaggi intorno alla città, seguendo il fiume, e più ci allontaniamo più c’è frutta offerta per strada e racconti.
Come ieri, quando il Lijiang scorreva sotto il diluvio e sotto il diluvio è uscita di casa una signora: volevo scrivere di lei.
Piove da giorni.
Il cemento scotta sotto i piedi, il sole scioglie la maglietta che ho addosso e gli uccelli cadono dai rami per il caldo .
Ma piove da giorni.
Anche la pioggia è calda, evapora a contatto con la pelle, ti sferza appena il tempo di farti male. Le macchine in strada sono affondate per metà nell’acqua che inonda la città.
Le persone prendono fuoco.
Sono sicuro che sia così. Non le ho viste prendere fuoco ma sono sicuro che sia così perché non c’è più nessuno sui marciapiedi, nei negozi, nel gabbiotto del nostro bnb e se prendessimo la macchina e cercassimo di non affondare anche noi, vedremmo che non c’è più nessuno neanche sulla grande strada per la campagna, quella che porta ai villaggi sul fiume e più in là, alla soglia delle montagne che rimangono verdi e non bruciano perché sono troppo vecchie anche per morire.
Quando arriviamo al villaggio, la pioggia ha smesso di essere un evento meteorologico.
È diventata un elemento del paesaggio, come il fiume, come gli alberi, come il fango. Le case basse si stringono lungo la riva. Le persone lavorano sotto il diluvio. Qualcuno sotto una tettoia ripara una rete e un cane dorme sul pontile.
La pioggia rimane leggera, infinita e invisibile. Il fiume pesa gonfio e lento. Le persone continuano a lavorare e non prendono fuoco.
È a questo punto che vedo la signora.
Esce dalla porta scheggiata di una delle case di legno sul pontile. Tiene un pollo spennato tra le mani. Scende pochi gradini, raggiunge la riva e si accovaccia.
Non guarda il fiume. Non guarda noi. Comincia a lavorare.
Apre l’animale, ne estrae le viscere, lo pulisce con gesti rapidi e precisi. Nessuno di quei movimenti ha nulla di spettacolare ma c’è dello spettacolare nel riuscire a pulire così velocemente un pollo.
Dietro di lei, oltre il fiume, si alzano le montagne di Guilin.
Quelle delle cartoline.
Quelle che mille anni fa i poeti cinesi hanno descritto come “forcine di giada verde” immerse nella nebbia, immerse nel fiume che “serpeggia come un nastro di seta blu”.
Le ho lette quelle poesie. Molto belle.
Davanti alla signora però scorre il fiume quello vero.
Il paesaggio che ho davanti non è il protagonista della scena, non è nemmeno una scena.
Pe me ora il fiume è un’immagine. Per lei uno strumento.
Io vedo una composizione. Lei vede acqua.
Io ho davanti uno dei panorami più incantati della Cina, dove la pioggia è calda e le persone prendono fuoco.
Lei ha davanti un luogo dove pulire la cena.
Si sarà meravigliata ieri di quelle montagne, o si meraviglierà domani. O magari non si meraviglierà mai più.
Le vede ancora?
Le indico le montagne cercando qualcosa da balbettare con il traduttore di Google. Lei alza lo sguardo, le osserva seria un momento. Annuisce. Mi offre una prugna che aveva in tasca e torna a pulire il pollo.
Siamo simili la signora e io perché anche io mi sono abituato al Colosseo. Ma il Colosseo rimane bellissimo nonostante io non mi stupisca più a trovarmelo davanti quando esco dalla metro B.
La meraviglia è fragile: sopravvive solo finché il mondo non diventa domestico. Sopravvive nei grandi amori. Nelle persone che sanno guardare.
La bellezza no.
La bellezza esiste aldilà di noi. Anche quando non guardiamo.
La scoperta più preziosa che può insegnarti un viaggio è che il mondo non nasce per essere guardato.
Il mondo nasce per esistere.
Siamo noi a trasformarlo in paesaggio, nel momento in cui arriviamo in un paese lontano e possiamo abitarlo senza appartenergli, abbastanza lontani da osservarlo.
Turisti.
Siamo turisti quando smettiamo di dipendere da lui. Quando l’acqua non serve più per lavare, trasportare, irrigare o nutrire, ma soltanto per riflettere una montagna.
Allora diventa bello. Allora diventa fotografia.
Ma il fiume nasce per esistere e continua a essere qualcos’altro, tanto altro, anche una cosa che serve.
Un cosa che serve a pulire il pollo.
Nascondiamo piccoli inganni. Amiamo la bellezza quando non ci chiede niente. Amiamo la bellezza solo se inutile. Quando non sporca.
Amiamo la bellezza quando rimane una distanza di sicurezza dal mondo.
Siamo noi il “paesaggio”. Siamo ciò che sopravvive alla funzione.
Alla funzione primordiale, alla funzione dell’esistere.
E allora le montagne di Guilin diventano giada.
Il fiume diventa seta.
E le persone prendono fuoco, sono sicuro.
Ma lontano, lontano da qui.

Mi sono commossa. Troppo da dire per queste parole così giuste. Ma é bello meravigliarsi per le cose che non conosciamo e per quelle che vediamo ogni giorno anche se in modo diverso ✨🫶🏻
La meraviglia è fragile: sopravvive solo finché il mondo non diventa domestico. Sopravvive nei grandi amori. Nelle persone che sanno guardare.
Spero sempre,di avere quella fragilitá per meravigliarmi.
Grazie Lore